Seth Godin

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La gente è stata trasformata in massa dal fordismo. Ed è stata ipnotizzata dalla tv e il marketing di massa. Ora quell'epoca è finita, dice Seth Godin in questa lezione a Ted. Siamo tribù o singole persone connesse in gruppi di vario tipo. Che cosa vogliamo? Cambiare il mondo. Da chi siamo osteggiati? Da quelli che non vogliono che il mondo cambi. Che cosa possiamo fare? Lanciare un movimento. Convincere un migliaio di persone che qualcosa è importante e realizzarlo con loro. Cambiamento, cultura, impegno. Siamo tribù. Forse. Ma non siamo più massa. Quello che ci serve è avere qualcosa che conta in cui credere, sapere che qualcuno conta su di noi, sviluppare una leadership in una questione importante. 





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Che non sia il pretesto per qualche nuovo sciamano di realizzare una nuova religione!!!

Comunque ho imparato a vedere la realtà off line che mi circonda prima di gasarmi alla ricerca del "nuovo" on line... e da queste parti, questa realtà, non è così rivoluzionaria.

Fellows (ggente nn usa più), questa storia delle tribù è preoccupante. Qualcuno si è letto un bel libro di etnologia e antropologia ? Sa come si comportano le tribù, nei confronti dell'esterno e al proprio interno ? Sa che in buona parte dei casi i nmi che le tribù si danno hanno significati del tipo "gli uomino", "il popolo", etc ? Anche il nome di questo guretto è inquitante: andate a vedere chi era Seth.

Sono d'accordo con l'altro Marco. Tribù che vogliono cambiare il mondo, ma per farci cosa? E chi sono, poi? Un discorso fumoso, almeno al livello al quale l'ho capito nel post.

Sono d'accordo con l'altro Marco. Tribù che vogliono cambiare il mondo, ma per farci cosa? E chi sono, poi? Un discorso fumoso, almeno al livello al quale l'ho capito nel post.

@marco1: e chi era, dunque?

eh, vabbè, allora ditelo:
Da Wikipedia "In Ancient Egyptian mythology, Set (also spelled Seth, Sutekh or Seteh) is an ancient god, who was originally the god of the desert, Storms, Darkness, and Chaos."

Anche nel marketing tradizionale si rispondeva a bisogni affettivi. Solo che qui il modello sembra applicarsi a tutti gli ambiti della vita e acquisire una connotazione vagamente morale, che il marketing vecchio stampo non si attribuiva. Fumoso sì, come intervento, ma non necessariamente lontano dai possibili sviluppi reali [difficile dire quanto e come sostenibili]. Dal dominio della politica si sarebbe passati a quello dell'economia, per poi sfumare, in questo primo scorcio di secolo, verso questo condensato che delle due vorrebbe forse rappresentare la sintesi? O forse sarebbe meglio dire che delle due raccoglie per ora solo i cascami? Naturalmente per Seth le istituzioni sono un optional, anzi no, un limite da superare..
No non sto mica dicendo che è una lettura folle. Solo che lo trovo un po' decontestualizzato e, soprattutto, anche un po' biased. Invece di essere un'analisi equidistante pare piuttosto un'esortazione. Let's change the world. Chissà quanti libri venderà mai...

Qui
http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Psicologia_del_gregario/1338582

uno spunto di riflessione. Secondo 'Le Scienze': "Da qualche tempo ... l'interesse ossessivo per i leader sembra in calo, e un numero sempre maggiore di esperti sta spostando la propria attenzione verso la parte inferiore dell'organigramma aziendale, concentrandosi sempre più sui follower, i gregari". Magari sarebbe interessante considerare questa tendenza e confrontarla con il modello della tribù di Seth. Punti di contatto? Contrasto? Complementarità?


Tamara, il rapporto leader-gregari è simbiotico, uno non c'è senza gli altri e viceversa. Ma se ci ricordiamo di Weber, la leadership originaria, che è sempre carismatica, tende a formalizzarsi quanto a criterio di legittimzione (perchè uno è leader e gli altri gregari, ossia gli attribuiscono la leadership ?). La forma tribale è quella della legittimazione tradizionale, la più arcaica in quelle di questo tipo. Ripeto, si caratterizza con tratti precisi, messi in luce dall'etnologia. Che qualcuno voglia cambiare il mondo con le tribù fa ridere. E poi, le tribù sono "istituzioni", come no. Prova a infrangere un tabù tribale o a non superare un rito di passaggio. Sei fuori, ed essere fuoti in un regime tribale vuol dire che sei morto.

>Prova a infrangere un tabù tribale o a non >superare un rito di passaggio. Sei fuori, ed >essere fuoti in un regime tribale vuol dire che >sei morto.

giusto, è proprio ciò che inquieta

Mi spiego, quando dicevo questo:
>No non sto mica dicendo che è una lettura folle.

Intendevo dire che in Godin non manca una certa capacità di lettura di tendenze che possono prodursi e che, al pari di te, interpreto come regressive.

Però credo che in quell'articolo sui followers si volesse sottolineare un certo affrancamento dalla simbiosi. E sarebbe questo l'aspetto di novità che attrae gli esperti. Potrei sbagliarmi... vediamo

Beh, il marketing tribale e' di Bernard Cova, che insegna in Bocconi e da tempo. Lo citavo pure io quanto parlavo in alcuni master di come fosse di ispirazione per chi come me lavorasse sulle tribu' dei tifosi di calcio. In realta' e' il marketing religioso piu' antico, che fa leva su meccanismi cognitivi propri dell'attribuzione di senso, della tradizione orale. Chi e' interessato di veda B.J. Fogg e la Captologia (oggi a Meet the Media Guru), i manuali di storytelling, e la scuola del Mental Research Institute di Palo Alto (Watzalawick e la pragmatica della comunicazione umana ) et altri..come manuale di persuasione ad uso degli onesti.

Se le parole sono importanti, "tribu" fa riferimento ad un'organizzazione sociale, abbastanza organizzata, anche abbastanza riconoscibile. Anzi quasi sempre la tribu' implica il concetto "o con noi o contro di noi". Quindi (questo lo dico io) la tribu e' interessante - perfino auspicabile oggi come oggi - per un uomo di marketing e comunicazione, perche' permette di instaurare facilmente una conversazione 1:molti (http://it.wikipedia.org/wiki/Trib%C3%B9). Se riesci a governare i meccanismi della tribu, generalmente pochi e semplici, l'hai conquistata. Invece "nicchia" e' solo una labile porzione di un tutto molto piu' ampio, di cui nulla si puo' dire sull'organizzazione, che infatti e' quasi sempre assente, e nemmeno facilmente delineabile, non avendo pareti ma solo caratteristiche sfumate tra diversi livelli di gradazione dentro e fuori, a volte appena percettibili. La nicchia si accompagna al concetto di "diversi ma non separati", e di "coda lunga"... Per il nostro "comunicatore" rivolgersi ad una nicchia e' molto difficile, e l'unico modo e' "partecipare", scendere in campo, e quindi comunicare 1:pochi se non 1:pochissimi. Non confonderei quindi la teoria della coda lunga con il neotribalismo, sia per le implicazioni sul piano del marketing, sia per quelle sul piano dell'organizzazione sociale. E sono convinto che la vera novita' introdotta dai modelli a rete, non sia affatto in una deriva neotribalistica. Concludo dicendo che Godin sembra pero' "pararsi le parti basse" quando fa riferimento alla "leadership individuale": mi sembra molto contraddittorio, dopo aver esaltato il concetto di tribu, in cui la leadership e' fortemente centralizzata e spesso perfino dispotica, e tutto sommato un cerchiobottismo un po' troppo smaccato.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
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