Notizie cattive

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Ricapitoliamo. Come sappiamo Freedom House dice che i giornalisti sono sempre meno liberi nel mondo in generale e in particolare in Italia, Israele e Hong Kong. Dice che internet è la sola speranza di apertura per la libertà di stampa. E che i governi si stanno attrezzando per comprimerla. La metodologia di Freedom House è credibile e articolata. Non abbiamo la possibilità di controllare tutto quello che loro hanno valutato, ma la sostanza è abbastanza chiara.

Warren Buffett dice che i giornali continueranno ad attraversare un periodo di crisi e di perdite economiche, negli Stati Uniti, e che quindi non intende investire in questo settore. Tra le cause cita internet: un tempo i giornali erano essenziali, oggi ci sono alternative che il pubblico ritiene valide.

Nel film State of play il protagonista è un giornalista da carta stampata e la co-protagonista una blogger di un giornale. Sulle prime, si direbbe che il giornale di carta sia considerato più serio e che il blog sia il posto dei pettegolezzi. L'approccio metodologico del vecchio giornalista della carta stampata è orientato a trovare i fatti e a provarli, quello della blogger a cercare indiscrezioni e impressioni sulle persone. Alla fine è solo dalla collaborazione tra il primo e il secondo che si trova la verità. (In realtà, il racconto sul finale è un po' confuso, come dicono anche su Imdb).

Ancora una volta il rapporto tra giornalismo tradizionale e social media alimenta problemi interpretativi interessanti. Ma non è più come una volta. 

Una decina d'anni fa c'erano poche alternative ai giornali tradizionali (di carta o di tv). Il loro potere oggi è in crisi. Meno pubblico e più alternative. Ma lo scopo di chi ha voluto e vuole rinnovare il giornalismo è aumentare, non ridurre, la libertà di stampa. Cogliere l'opportunità offerta da internet non significa abbattere il potere assoluto dei giornali tradizionali: significa migliorare il giornalismo, su qualunque mezzo. 

Il giornalismo non è più quella cosa che fanno i giornalisti che scrivono sui giornali. I giornali non sono più quella cosa che viene fatta dai giornalisti. La tautologia autoreferenziale è davvero obsoleta di fronte alla crescita del pubblico attivo. Ma il pubblico attivo a sua volta non ha il compito sociale di sostituire il giornalismo, ha il diritto di fare ciò che vuole con gli strumenti che ha oggi a disposizione. Il tema vero è che un nuovo giornalismo deve emergere da questa crisi. Non più basato sulla vecchia tautologia. Una nuova definizione di giornalismo basata su una metodologia trasparente di ricerca dei fatti e delle loro possibili interpretazioni. Con la quale professionisti e cittadini possono fare riferimento nel contribuire all'informazione e alla libertà di espressione.

Le notizie cattive sono quelle che sono prodotte con la metodologia sbagliata, quelle che sono prodotte in modo manipolatorio, poco trasparente, e interpretate in base a pregiudizi. E' l'oscurantismo che genera le cattive notizie. E queste si possono trovare sui vecchi giornali ma anche su internet, purtroppo.

Le notizie buone derivano dall'emergere di un metodo per la produzione di informazione orientata ai fatti e all'intelligenza interpretativa. Le opportunità ci sono. Ma non sono ormai più nella crisi dei vecchi giornali o nell'emergere di internet. Sono nell'emergere di una consapevolezza nelle persone che contribuiscono all'informazione, su qualunque mezzo. 

Facciamo notizie buone. E saranno buone notizie.

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Da giornalista di un quotidiano locale mi sono sempre chiesto quale siano gli ingredienti ideali per la libertà di stampa: un editore illuminato, quelli che un tempo venivano definiti editori puri? Un giornalista professionalmente preparato e con la schiena dritta? Un pubblico di lettori "assetati" e vogliosi di informazione libera, autorevole e indipendente?
Mi sembra che di questi tempi siano tre ingredienti che stanno progressivamente perdendo di sapidità.
Marco

Spetta alla categoiria farsi un profondo esame... per prima cosa considerare se è possibile del protagonismo dei giornalisti. Troppo spazio del media è occupato dal parlarsi addosso.
E neanche tanto bene.
@Marco gli editori mancano? Sì, ma chi crederebbe a un editore puro?

Comunque mi devo ricredere su internet e la stampa: credevo quest'ultima fosse candidata a diventare il luogo delle riflessioni... e invece il web si fa strada, con qualche considerazione davvero lucida.

Sotto l'aspetto generale è evidente la perdita di credibilità che versa sul giornalsmo tradizionale ma allo stesso bisogna notare che una riconfigurazione apportata da nuove iniziative on line, siano esse citizen o prefessionali, raramente definiscono la tematizzazione per il trattamento di fatti che assumono rilevanza pubblica. On line, la pluralità di fonti che comunicano direttamente e con il supporto di competenze specialistiche rende meno autorevole l'identità di una testata tradizionale presa complessivamente ma non quella di filtro di singoli giornalisti su argomenti specifici. Il modello economico che la stampa eredita dal passato, terminata la fase del marketing, bellezza! con collezionabili, è troppo dispendioso per la tendenza in atto alla frammentazione del pubblico e delle offerte. Aggiungendo che fino ai primi anni 2000 l'obiettivo economico era contemperato con interessi che esulavano dall'editoria, il quadro d'insieme dovrebbe apportare una seria presa di coscienza su quale ruolo debba effettivamente svolgere il giornalismo. A mio avviso prenderà spessore la funzione più nobile del giornalismo, quella che contribuirà in modo critico a definire "che cosa è una notizia" e perchè dovrebbe aver valore. William R. Hearst sosteneva che "è una notizia solo una cosa che qualcuno non vuole sia pubblicata, tutto il resto è pubblicità". L'ortodossia dell'enunciato potrebbe esser applicata non solo su fatti scomodi ma su tutti quelli che abilitando conoscenze ne mettono fuori uso altre. Poi qui in discorso prederebbe aspetti anche formativi ma vista la penuria non credo guastino.

Bei discorsi, intanto il Boston Globe chiude. Peccato, ci ero affezionato, anche se ultimamente era diventato "dem" in modo imbarazzante.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...