Kindle newspapers

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L'idea che il Kindle, anche con uno schermo più grande, possa diventare un'ancora di salvezza dei giornali sarebbe buona, se i giornali fossero in grado di dare le notizie in modo adeguato alla velocità e alle possibilità offerte dalla rete. Opinione di TechCrunch.

Il problema è riqualificare la qualità delle notizie dei giornali in base a una metodologia di ricerca dell'informazione più chiara, verificabile, trasparente. Imho.

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Riqualificare ? Ti racconto una barzelletta. In un grande giornale arriva un nuovo direttore, alfiere del politically correct. Il suo consulente di immagine gli fa notare che non ci sono assolutamente rappresentanti delle etnie minoritarie in redazione. Il direttore, allarmatissimo, convoca immediatamente una riunione e intima l'assunzione come praticanti di almeno tre giornalisti che rispecchino le suddette caratteristiche. Il diretore del personale, per andare sul sicuro, chiede al Ministero dell'Interno quale sia l'etnia più minoritaria presente in Italia, e gli viene risposto che ci sono solo tre fuggiaschi dal Papua-Nuova Guinea. Detto, fatto, i tre vengono immediatamente inseriti in redazione. Il problema è che i tre sono in Italia in quanto fuggiaschi cacciati dalla loro tribù per comportamento atavico e non più accettato. I tre, infatti, sono cannibali. Per un mesetto non succede nulla, poi una sera, due dei tre incrociano un vice-capo-servizio alla macchinetta del caffè, l'impulso riemerge, gli danno una botta in testa e lo fanno fuori. Poi lo portano nottetempo nelle cucine e se lo mangiano. Il giorno dopo grande angoscia da parte dei cannibali, ma tutto resta tranquillo. Ringalluzziti, due giorni dopo, bang, un caporedattore vine fatto fuori in ascensore e tutto va di nuovo liscio. La mattanza prosegue per un paio di mesi, finchè dopo l'ultima mangiata scoppia un casino pazzesco, il giornale non esce, viene chianata la Digos, i Carabinieri, la Forestale, il servizio d'ordine della FNSI e nel giro di due ore di indagini serratissime i tre cannibali sono scoperti, rei confessi, ammanettati e caricati su un cellulare. Mentre mesti vengono portati in carcere, il più anziano dei tre, un po' il capetto del gruppo, si rivoge ai suoi due compagni di merende: "Siete degli imbecilli. Vi avevo detto di stare attenti. Ci siamo mangiati un condirettore, due vice-direttori, cinque tra capiredattori e capiredattori centrali, tre capiservizio, due vicecapiservizio, una dozzina di redattori esperti, e non è successo nulla. Proprio il fattorino dovevate mangiare ???!!!"

Hahaha! Commento piu' grande di posto! :D:D:D

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This page contains a single entry by Luca De Biase published on May 4, 2009 1:39 PM.

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  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

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  • Editori, tecnologia e pirati

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

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    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

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    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









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