Un pezzo di Forbes ha segnalato il paradosso. Altri lo hanno seguito.
Oggi comincia un corso allo Iulm nel quale devo fondamentalmente rispondere a questo paradosso. Penso che avrò più da imparare che da insegnare.
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on May 5, 2009 10:52 AM.
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The case for an Italian rebellion
An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
Sul prossimo futuro di Nòva
Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
Editori, tecnologia e pirati
AgCom, anti-piracy, worries... (en)
La mia impressione ed esperienza è che si e' ampliato di molto il significato di "giornalismo". Quei corsi, quei master, li frequentano quelli che sognano di fare come la fallaci sugli aerei da guerra americani ma soprattutto quelli che aspirano a cucuzza o a sposini.
Come molti corsi universitari e master costosi, sono il procrastinare un parcheggio sociale per una generazione che ha ereditato il benessere dai propri genitori e che purtroppo non potra' riprodurre.
Io credo che dipenda anche dal fatto che per molti essere giornalista non vuol dire altro che diventare blogger di professione. Cavolo, essere pagati per un hobby non è mica male, no?
Il pericolo vero è che il giornalismo diventi qualcosa che si impara in un'aula di ateneo.
Questo è un mestiere da strada, da esperienza, da tirocinio vero... altroché teorie!
Però è una professione "alla moda" da qualche anno...
secondo me per vari fattori tra cui, in modo negativo, il divismo imperante (non di tutti, la maggior parte non ha nemmeno il proprio nome in corpo 7 sul giornale...)
ma anche, in modo positivo, la voglia di capire perché l'informazione sembra o è distorta... capire la notizia "da dentro".
E magari, perché no?, diventare una generazione che, quelle notizie, riesce davvero a diffonderle bene.
La professione, osservata dall'esterno è un magma di paradossi, molti dei quali dipendono dai cambiamenti repentini della funzione sociale dei media, ma tanti che si sostanziano di miti duri a cadere. Il paradosso epistemico vorrebbe l'oggettività senza alcuna preparazione teorica, non solo quella delle aule certo, ma del contesto di conoscenze con cui l'attività si imbatte nella pratica. Se a me arriva nel desk una comunicato il cui oggetto sono i benefici di una copertura pubblica della ADSL, il cui mittente è una società privata e la notizia espone è un workshop, dovrò saper valutare teoricamente almeno qual'è il rapporto tra economie di rete e enti pubblici, il funzionamento delle estertnalità e tant'altro che con il fiuto di strada metteri una vita o sarei sotto scacco fduciario con il mio informatore di fiducia. Poi in realtà dovrei anche sapere che i dati non sono fatti e che dalle opinioni si possono generare fatti se continuo a ripeterle, magari senza rendermi conto se il mio discorso è valutativo senza alcuna giustificazione a supporto. All'università di macerata c'è un altro genere di paradosso, un master per giornalismo partecipativo, magari non specificando che sarebbe meglio farlo piuttosto che insegnarlo e che se proprio dev'esser un corso di studio è di marketing e non gioralismo. Molta confusione insomma e tanti veri paradossi.
Sono d'accordo sul fatto che probabilmente è una professione da imparare sul campo e non con teorie decantate e poca pratica.E' altrettanto vero però che oggi non ci si inventa più, ed è deontolgicamente corretto e responsabile che ci si costruisca una professionalità il più accuratamente possibile, passando quindi anche dalle suddette teorie e dai libri e dagli ascolti di chi, di questo mestiere, ne ha fatto uno stile di vita.
Ammirevole anche che, se di moda si tratta, molti abbiano deciso di seguire questa, visto altre tendenze.
Magari le nuove generazioni arriveranno a stupirci più di quando crediamo...chissà
Ora che si chiede competenza e un giornalismo che sia al di sopra delle proprie fonti, mandiamoli sul campo, per verificare se la coltura è veramenete DOP. E no, perché anche per quello si farebbe abbindolare dalla prima agenzia di certificazione. Nessuno mette in discussione il talento che non si apprende e il learning by doing, ma una professione a cui è delegata la funzione pubblica più importante senza una Alta formazione è carta straccia.
Ormai è troppo facile raccontare fatti quando questi sono tutta interpretazione. Quancuno l'aveva già detto quasi due secoli fa poi.
E' ora di intepretare, far trasparire con quale metodo e qual'è grado di certezza attiene al discorso. Per strada c'è sempre qualcuno ormai a riportare il fatto nudo e crudo.