Fiat voluntas Merkel

| | Comments (12) | TrackBacks (0)
Sarebbe bello capire esattamente che cosa succede nell'industria dell'automobile. Ma non è facile, perché la sostanza del dibattito sul progetto Fiat-Crysler-Opel è che i fatti nuovissimi avvengono in un paradigma interpretativo vecchio. In particolare: non stiamo parlando di acquisizioni ma di consolidamento. E' più frutto di crisi che di successo.

La produzione di auto è in crisi in modo fortissimo. Se non fosse per l'Asia. Il passaggio sempre colpevolmente rimandato all'auto pulita è ineluttabile, ma costoso. E intanto i consumatori non si dimostrano più disposti a farsi condizionare alla sostituzione dell'auto sempre più rapidamente.

La finanza che ha governato i produttori occidentali di automobili li ha anche risucchiati in un vortice senza ritorno, come un parassita che uccide il suo ospite. Le case americane sono particolarmente colpite.

I governi, americano e tedesco, sono interessati a intervenire per salvare i posti di lavoro. E per riconquistare un potere dal quale erano esclusi. Sono i soldi pubblici a rendere appetibili le operazioni di cui stiamo parlando. E nel corso delle quali la Fiat sta emergendo sul piano culturale e personale.

Il confronto non è tra efficienza industriale, qualità dei prodotti, strutture organizzative. Il confronto è tra gruppi di management. E quello di Marchionne è riuscito ad accreditarsi in America come un gruppo credibile. Stenta in Germania, ma anche per motivi di geopolitica. 

In ogni caso, se dovesse arrivare in porto tutto il progetto, non si tratterebbe di un'acquisizione di Opel e Crysler da parte di Fiat. Si tratterebbe di una prevalenza del gruppo di management di Marchionne sugli altri. Perché l'assetto proprietario non c'entra. La Fiat sarebbe comunque in parte ceduta dai suoi attuali proprietari per confluire in un'entità più grande che, nel tempo e in vari modi, dovrebbe restituire i soldi pubblici che attualmente favoriscono il passaggio in atto. A emergere sarebbe non l'attuale proprietà della Fiat, ma il suo attuale gruppo di management. Non si tratta insomma di una vera e propria acquisizione, ma di un consolidamento in tempi di vera crisi industriale, scoperchiata dalla crisi finanziaria. Con una certezza: solo l'intelligenza culturale del management potrà ridare un futuro a un'industria tanto importante ma troppo conservatrice. Imho.

Repubblica. Corriere. Sole (che scopre che c'è anche una cordata cinese sulla Opel).

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Fiat voluntas Merkel.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/360

12 Comments

Concordo. Mi pare che si confrontino due visioni. La prima, quella "tedesca", difensiva (posti di lavoro, modello industriale, rapporto con il sindacato e la politica). La seconda (Marchionne), che tiene conto di tutti i fattori, ma parte da un'idea di sostenibilità del modello industriale, mette al centro la tecnologia, e da lì si muove per riconfigurare l'industria e leggere il sistema.

Quasi tutto corretto, eccetto tre cose sostanziali: la Ford se la cava benissimo; la Fiat è al collasso produttivo e finanziario (viene a tutti gi effetti tenuta in vita dalla Cassa Integrazione e dal Brasile, finchè dura); i motivi per i cui i tedeschi sono cauti non sono geopolitici (la cordata Magna ha dentro i Russi, presente ?) ma perchè Marpionne ha tentato di fare pagare la Opel allo Stato tedesco. Poi, secondo Muchetti, e per una volta sono d'accordo con lui, la storia che o fai 6 milioni di auto l'anno o muori è un mito messo in giro dallo stesso Marpionne e bevuto intero dalla stampa italiana e solo quella. E la BMW ? La Mercedes ? Tutti cadaveri ? La Peugeot ? Quello che ha in testa Marpionne è liberare gli Agnelli di un fardello facendogli anche incassare un po' di soldini con la quotazione (Luca, se fanno una fusione, gli Agnelli non riducono, vanno a meno del 10 per cento, contro i sindacati americani e tedeschi che avrebbero più del 30, auguri). Colpisce poi 'assoluto silenzio su quelo che FIAT darebbe. Già per mesi si è andato avanti a dire che la FIAT comprava la Chrysler a gratis ora si scopre che non è così, che ci deve mettere soldini e poi restituire i finanziamenti al Govern Federale americano (con che soldi ?). Marpionne straparla di "asset" che danno soldi, di qali asset si arla non si ha notizia. La FIAT si è venduta anche le mutande negli ultimi cinque anni e gli asset devono venire da FIAT, non da Exor, pena ribellione dell'Accomandita. Quindi resterebbero 1) la filiale brasiliana (unica che guadagna in Fiat Automobiles, con 700.000 auto prodotte, ma come mai ?) 2) L'Iveco, che però non è quotata, quindi di difficile valutazione, ed è alla canna del gas forse peggio di FIAT Automobiles 3) La CNH (macchine agricole e movimento terra) che è quotata a New York, ha un buon potenziale e faceva soldi (non ha management torinese dentro, forse per quello). Finito. Altro problemino: la FIAT in Italia, di cui non parli. Termini Imerese sta aperto solo per evitare un casino politico e perchè nessuno lo vuole (qualcuno dei miei ex-colleghi dice che Marpionne teme che finisca in mano ai Cinesi... quindi o riesce a chiuderlo e a raderlo al suolo, cospargendolo di sale, oppure lo tiene in vita con l'ossigeno della Cassa). Pomigliano è stato trattato nel mdo peggiore, facendo credere ai lavoratori che si sarebbero rifatti gli impianti mentre oro andavano a scuola di kaizen (con i soldi della Regione, un cane che lo scrivesse), mentre quando sono tornati gli impianti erano quelli di prima e Marpionne era riuscito a sospendere la produzione di modelli di cui aveva pieni i iazzali (anche perchè cannati di brutto, come la 159, costruita sulla piattaforma Premium della GM , oh yes, previata per la 169 alta di gamma e poi non fatta per motivi di ... chi la voleva ?). omigliano andrà a quel Paese sicuramente, in modo paludoso, alla Marpionne. come Arese. Il vero obiettivo resta però Mirafiori. Se Opel riesce, watch out. Lo faranno con i ricattini, spremeranno qualche centinio di milioni a Comune/Provincia/Regione, come quando hanno rifilato al Comune un pezzo di terreno pieno di schifezze per farci il Centro di Nanotecnologia per la modica cifra di 46 milioni di euri e la promessa di tenere una linea di Grande Punto a Torino. Notizie delle nanotecnologie ? Si parlava di "memoria" nell'era di Internet...

"In ogni caso, se dovesse arrivare in porto tutto il progetto, non si tratterebbe di un'acquisizione di Opel e Crysler da parte di Fiat. Si tratterebbe di una prevalenza del gruppo di management di Marchionne sugli altri."

sulla Opel non posso esprimermi ma sulla Chrysler ciò non è affatto vero. Oggi la Fiat è proprietaria del 20% delle azioni Chrysler e potrà salire (rispettando alcuen condizioni) fino al 51%. Se non si tratta di acquisizione, di cosa si tratta???

@hamlet: scrivevo che se tutto il progetto andasse in porto non sarebbe un'acquisizione... se fosse solo crysler può darsi... mi spiace se non si capiva...

Si, ma che condizioni... potrà andare al 51 per cento, rilevando la quota in mano al governo USA, solo DOPO AVERE RESTITUITO IL PRESTITO.... ed entro sette anni, altrimenti nisba. Auguri !
Tutta 'sta storia ha sempre più l'aria di una via d'uscita per gli Agnelli...

Sì, la sfida è culturale ancor prima che industriale, confido in Marchionne ma temo per un effetto paese che gli può crollare addosso. Che cosa possiamno fare per evitare questo pericolo incombente, che per altro pesa verso ogni azienda italiana che si muove a livello globale? Lavorare sodo e studiare, tutti i giorni, in tutti i momenti, in tutte le contrade e in tutte le organizzazioni piccole e grandi che siano. Per dare senso all'impegno serve l'aspirazione all'economia della felicità, per costruirla serve sostenibilità, per renderle credibili e fattibili entrambe molta cultura ad ogni livello. Cultura sociale, del cambiamento, della comunicazione, del web, dei giovani, delle donne, della responsabilità, dal basso: una nuova cultura d'impresa combinata con buone prassi sociali. Che cosa era la Fiat nel 2001? Un'idea vecchia: rimosso il "vecchio" che non voleva quel "nuovo" ha ricominciato a girare e sono emerse anche facce nuove. Marchionne premier?

"Marchionne premier".. ? Per favore, basta. E poi non può, è svizzero e prende lo stipendio (e paga le tasse ?) nella felice Helvetia.

Sono d'accordissimo con Luca, ne ho scritto anche oggi qui http://www.terraenuvole.com/quello-che-non-dicono-di-fiat/
E per chi dice che CNH non ha management italiano, consiglio una bella visita all'headquarter di via Plava e ricordo che i CEO New Holland, principale Brand, prima dell'attuale sono stati Marco Mazzu (ora Iveco Brasile se non sbaglio) e Lorenzo Sisitino (ora Fiat Auto).

Ho parlato di "management", che non sono solo i vertici, cara Sara. E anche per i vertici...
http://www.cnh.com/wps/portal/cnhportal/kcxml/04_Sj9SPykssy0xPLMnMz0vM0Y_QjzKLd4039DEFSZnFO8

Peraltro, conosco Fusignani, l'unico italiano al top (Marchionne è svizzero), ha fondato l'azienda della FIAT per cui lavoravo....
Infine, l'HQ di CNH sta in Illinois.... tant'è che FIAT non si è nemmeno preoccupata di registrare il dominio cnh.it.
Ciao.

Un'altra piroetta del nostro ballerino svizzero preferito:
"Marchionne: «La trattativa sta diventando una soap. Il nostro primo obiettivo è Chrysler»".

Beh, è finita (?). Ora si aspettano commenti e dichiarazioni che andranno da "L'uva ? Non era mica matura ! Anzi, era marcia !" a "Il progetto del megagruppo dell'auto da quotare a parte ? Ma va', Marchionne scherzava." a, infine, dallo stesso Marpionne "Sei milioni di auto per sopravvivere ? E chi l'ha detto ? Avete capito male. Esageruma nen...", in questo si farà aiutare da un interprete/manager gianduia, che mi dicono abbondano. In via Plava ?

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on May 27, 2009 8:29 AM.

Riadattamenti nei social media was the previous entry in this blog.

Che classe, Alex Ferguson is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...