Felicità condizionata. Festival di Trento

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Oggi a Trento, il Nobel James Heckman parla di identità. Mario Platero sul Sole lo intervista chiedendogli tra l'altro che cosa pensi dell'economia della felicità. Lui risponde interessato al tema ma sospettoso. Perché, dice, la definizione di felicità è troppo soggettiva. Ma aggiunge che gli appare più importante studiare quali condizioni portino alla felicità. 

In effetti, occorre distinguere tra le conseguenze teoriche dell'accoglimento del concetto di felicità nell'economia e le considerazioni politiche in materia. 

Il primo aspetto è importantissimo. Tenendo conto della felicità, la teoria economica si è arricchita di nuove dimensioni: i valori senza prezzo ma di altissima importanza delle relazioni con le altre persone, dei beni ambientali e dei beni culturali (identità compresa). 

Il secondo aspetto invece va precisato. Non si può fare una politica in favore della felicità, perché la definizione di felicità è troppo soggettiva. Si può però fare una politica che favorisca per ciascuno la ricerca della sua felicità. Come dicevano i padri fondatori degli Stati Uniti. E indagare intorno a quali siano le condizioni che favoriscono la ricerca della felicità nelle persone per poi operare perché si realizzino mi pare un percorso decisivo, possibile e... felice.

0 TrackBacks

Listed below are links to blogs that reference this entry: Felicità condizionata. Festival di Trento.

TrackBack URL for this entry: http://blog.debiase.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/367

4 Comments

Molto interessante. Mi colpisce l'accento sull'inettitudine dell'approccio economista, che sottopone ogni fenomeno ad una categorizzazione strumentale, interrogandosi su come "trattarlo" deterministicamente. Mi colpisce l'ammissione dell'intrattabilità del fenomeno "felicità", e che per Heckman - chi l'avrebbe mai detto, ormai il piano inclinato obamiano è sempre più ripido - le condizioni perchè si dia coincidono nientemeno (con buona pace del movimento totalmente trasversale italiano) che con la sussidiarietà. Una sussidarietà a geometria variabile, in cui il ruolo del Pubblico è fortissimo, un socialismo reale ben temperato.

Mi chiedo se sia possibile riflettere in modo non scisso sulle condizioni della felicità nell'economia e nella politica. Credo sia importante provare ad unire...riunire ciò che il mondo negli ultimi secoli ha diviso.
Se il Buthan, credo, codifica ed inserisce i parametri della felicità nel calcolo del PIL è fortemente politico ed economico. Creare le condizioni affinchè la ricerca di una propria felicità possa emergere è un tema della polis.
La mia felicità la posso riconosciere solo io, difficilmente si puo' assoggettare ad una valutazione esterna degli altri. Forse non esiste una morale oggettiva della felicità..e meno male, ma sicuramente si possono creare le condizioni per favorire una ricerca tutta nostra, tutta soggettiva.
Cercare la propria felicità diventa una condizione della evoluzione, della ricerca di perfezione dell’uomo, della volontà di superare, seguendo il proprio sentire, le divisioni e le barriere interne. Il contesto ci può solo favorire...abilitare.Sono d'accordissimo..il tutto è bellissimo.

Se il terreno del dibattito avviene sui valori, quale è la felicità, economico e politico sono imbricati. Corretto distinguerli per analizzarli. Non caso i modelli di sviluppo che contemperano valori economici, sociali, ambientali rispetto alle esternalità, a livello macro nella politica economica, sono isomorfi a livello microecomomico, nel modello di governace della Corporate Social Responsability. Certo la Stakeholder theory è nata per gestiore le crisi reputazionali e non per conseguire la felicità. Ad oggi però, le condizioni di lavoro, le tutele, il reddito, le conseguenze sul tempo libero sono aspetti che rientrano in entrambe le sfere di politica e economia. Se di condizioni di possibilità si parla, ad un livello alto d'astrazione potrebbero coincidere con una politica al supporto della libertà negativa, togliere gli ostacoli. Anche perché l'uomo sembra molto più concentrato a scongiurare minaccie che a percorrere scopi esileranti.
Infatti credo che i modelli di ricerca normativa di carattere sistemico, trovino il limite di trascurare l'aspetto dell'utilità individuale attesa, a cui sopperiscono i modelli descrittivi della pscicologia. La satisficer che da Herbert A. Simon in poi prese le mosse della razionalità limitata. Le ricerche dimostrano che il fattore emotività nelle strategie di scelta, prendono in carico più l'aspetto del rammarico che quello della felicità, ovviamente per esser felici. Come dire, se non va male, va bene. Da Kahneman fino agli ultimi Neal J. Roese e Sommerville A. sembra che i ragionamenti ipotetici prospettici, i famosi "SE" controfattuali, mirano alla eglio a un rilassato quieto vivere. Non proprio, ma se venissero smentire sarei contento.
http://www.psych.uiuc.edu/~roese/research.htm

Anche da noi abbiamo ricercatori, ci mancherebbe. Lucia Mannetti ha curato molto questa problematica nella pscicologia dei consumi. La differenza è che non li facciamo leggere. Il termine italietta mi scappa.
http://serials.cib.unibo.it/cgi-ser/start/it/spogli/ds-s.tcl?authors=%22+Lucia+Mannetti%22&language=ITALIANO

Leave a comment

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

About this Entry

This page contains a single entry by Luca De Biase published on May 29, 2009 10:44 AM.

NewsTiles: collaterale digitale was the previous entry in this blog.

Allevamento di bambini. Genetica in Cina is the next entry in this blog.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

Links

RSS AddThis Feed Button
  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...