Inflazione di previsioni

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Alcune banche americane hanno ripreso a far soldi, il ministro dell'economia è tranquillizzante, il presidente della Confindustria prudentemente ottimista. 

Ma a giudicare dall'esperienza di molti lupi di mare della finanza, come Francesco Micheli intervistato da Paolo Madron, gli strumenti usati per uscire dalla crisi immediata avranno effetti a lungo termine. 

In particolare, la moneta stampata dagli stati per uscire dal blocco del credito diventerà in futuro inflazione. 

Questo sarebbe un disastro: le banche sarebbero uscite dalla crisi che loro stesse hanno provocato; mentre le persone che lavorano, risparmiano e consumano si troverebbero a fronteggiare l'incertezza e il disordine sociale che sempre arriva con l'inflazione; i tassi aumenterebbero e i mutui diventerebbero più difficili, i risparmi avrebbero meno valore... E così via.

L'inflazione non è una prospettiva inevitabile perché in fondo siamo in un mondo globalizzato e i prezzi potrebbero scendere per qualche motivo legato a materie prime, produzioni a basso costo, riduzione dei consumi... Ma introdurre regole per le finanziarie e gli istituti di credito che sono stati aiutati tanto dagli stati, regole orientate a obbligare quelle aziende beneficiate a contribuire al contenimento dell'inflazione, parrebbe doveroso. Imho.

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Sono d'accordo con quest'analisi. Le banche non sono fuori dalla crisi. Ne usciranno fra qualche anno grazie all'inflazione appunto. Ma come possiamo prepararci ad un futuro con bassa crescita e alta inflazione? Come ci si proteggeva dall'inflazione, ad esempio, negli anni '70?

Le banche fuori dalla crisi è come dire che non lo sono mai state. I bilanci che sono stati presentati bisognerebbero vederli il 4 maggio, quando sono più chiari gli asset contabilizzati. Poi, mi sbaglio o il market to mark è stato sostituito al valore storico nei criteti di valutazione? Sarà il minor male ora e l'inflazione dovrebbe penalizzare i creditori, Germania e Cina in testa ma per le banche è un tocca sana di bilancio. Soprattuto perché una svalutazione deflattiva renderebbe la maggior parte dei mutui aperti e da rifinanziare (non subprime) tra 2011-12 non più redditizi con conseguenti vendite o insolvenze. L'unica àncora sarebbe la partenza della domanda reale ma senza spesa pubblica non si muove una paglia.

E se invece questa operazione di creare inflazione fosse scientificamente voluta?
L'obiettivo potrebbe essere produrre un'inflazione tale da assicurare che il tasso degli interessi reali -interessi misurati in capacità del potere d'acquisto- sia negativo. In altre parole, piuttosto che trattenere i fondi siamo tutti spinti a "spendere". E quello che più conta sono le aspettative sui futuri tassi d'inflazione...
La stabilità dei prezzi -e quindi diciamolo chiaramente Luca, il nostro potere d'acquisto- al momento non è negli obiettivi di politica monetaria dei nostri governi.

Scientificamente no di sicuro ma per necessità sì. Sostieni che l'inflazioni non arriverà? Possibile ma la liquidità immessa e i tassi reali negativi (Usa) e zero in Europa sono politiche espansive, la prima per dare respiro diciamo, la seconda per incentivare investimenti. Secondo il buon senso della teoria economica che connette valori ad asset, se questi ultimi non producono maggiore valore aggiunto, i prezzi aumentano per forza perché devono esser riassorbiti prima o poi. Rimandarli in avanti si può, ma quelli sono interessi da pagare sul debito e quindi tasse e quindi perdita di potere d'aquisto. In questo caso teoricamente non aumentano i prezzi più del reddito ma è quest'ultimo che viene decurtato dalla fiscalità. Poi un economista obietterebbe che l'interdipendenza commensura altre variabili, come i tassi di cambio, il mercato del lavoro e l'intersambio commerciale con tanto di curve IS- LN se ricordo bene. Creare inflazione significa far rivalutare beni finanziati che stanno svalutando, quindi ripianare perdite.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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