Le conseguenze di Oppenheimer
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This page contains a single entry by Luca De Biase published on April 17, 2009 9:40 AM.
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The case for an Italian rebellion
The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.
Why?
continua... (21 commenti al 9 ottobre)Il seguito in italiano: con molti commenti
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Sul prossimo futuro di Nòva
Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)
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Editori, tecnologia e pirati
E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)
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AgCom, anti-piracy, worries... (en)
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media... continua...
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Strategie della disattenzione
Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...
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Ecologia dell'informazione
I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...
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Innovage
Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...
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Attenti al loop
La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...
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Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore
bene, allora avanti con le espansioni del 20% del piano-casa...
A me interessa un altro contesto: non sarà che alla fine l'illimitata espansione dei mezzi di comunicazione digitale avrà l'effetto opposto a quello desiderato?
(per me, l'ha già: mi sento sempre più spesso circondato da zombie ignoranti e iperconnessi...)
Stesso dubbio di Sascha:
1) enormi quantità di informazione frammentata
2) estrema difficoltà a costruire un quadro di significato
E questo solo sul lato top-down dello scambio.
Entrando nella comunicazione stile web 2.0:
1) scontri che scattano all’improvviso, basta una parola fuori posto
2) estrema difficoltà a spiegare se stessi e quello che si pensa – entrambe cose complesse – col solo uso della parola scritta
E intanto mi sembra abbastanza…
Questo problema dovrebbe essere risolto con il web semantico... Alcuni dei nuovi social network hanno già un orientamento tecnologico di questo tipo. Web2.0 è passato :-)
No per favore il web semantico no.. una confusione in più. Ho un applicativo per fare mappe concettuali che succhia 1 Giga di risorse, ma non riesce ad andare oltre l'analisi della concordanza, ovviamente di origine statistica e non linguistica, tantomeno semiotica. Quella del web semantico, al massimo arriverà ad organizzare contenuti per scopi chiave selezionalti, come rispondere ad un reclamo. Quello che già viene timidamente fatto. Si può implementare in un strumento applicativo la migliore analisi matematica ma con il linguaggio sarà sempre una leggenda metropolitana. Allo stato dell'arte delle conoscenze attuali, nessuno ha ancora scoperto come funziona il linguaggio. Quello che si vuol far passare per semantica è una buona sintattica. Certo si riesce a scomporre un testo con una logica ad alberi che facilita la visualizzazione per scopi analitici. Già poter incrociare una mappa semplice come questa con un'altra di un dominio semantico diverso, succede un marasma.
http://manyeyes.alphaworks.ibm.com/manyeyes/page/Phrase_Net.html
Luca per me sono più pericolose le conseguenze di una idiozia che quelle di uno scienziato, per quanto inavvertito possa essere. Fino a vent'anni fa erano i governi ha far paura, ora basta un semplice demente per far danni irreparabili. Poi è vero che quello che potrebbe succedere, nessuno lo sa prima che succeda, tutti gli eventi più drammatici della storia non sono stati previsti.
Oppenheimer sembra un classico idiot savant, bravissimo nel suo campo (e basta) ma che non dovrebbe mai aprire bocca su altro.
La scienza ha come come sua base fondante la ricerca della verità senza limiti, altrimenti si ricade nel problema del povero Galileo o delle staminali, per cui, il pensare prima alle conseguenze di una scoperta/invenzione (per bloccarla/impedirla?) è una doppia stupidaggine: 1) è una contraddizione rispetto allo scopo della ricerca
2) non tiene conto che, prima o poi,la scoperta/invenzione la farà qualcun altro.
E in questo Oppenheimer dimostra di essere anche un enorme presuntuoso facendo intendere che la bomba poteva scaturire solo dal gruppo da lui guidato.
Il che è una stupidaggine grande come un'atomica.
Storicamente, la bomba è stata "inventata", non "scoperta". Poteva anche non essere inventata per diversi anni o qualche anno prima (non tanti, le "scoperte" necessarie in campo di fisica atomica e chimica non erano ancora sul campo). Ciò che fu veramente necessario per inventare la Bomba fu la decisione politica di una grande potenza che decise di spendere somme considerevoli e mobilitare risorse per avviare un programma in quel senso. Peraltro, il progetto Mahnattan era ridondante in diversi ambiti: tre diverse architetture per la Bomba in sè (poi ridotte a due), due diversi elementi fissili (Uranio 235 e Plutonio 239), due diversi metodi per arricchire l'Uranio (elettromagnetico e a diffusione gassosa), tutto contemporaneamente e nel corso di una guerra che già assorbiva risorse a un ritmo folle. Mi diverte sempre raccontare questo particolare pour epater les burgeoises: mancando il rame, i giganteschi elettromagneti dell'impianto di arricchimento dell'Uranio di Oak Ridge nel Tennessee (lo fecero lì per via delle colossali dighe della Tennesse Valley Authority che fornivano l'elettricità) vennero costruiti usando l'intera riserva di argento degl Stati Uniti, conservata a Fort Konox, ossia fecero gli avvlgimenti d'argento.... Di fronte a una simile VOLONTA' (un vero Trionfo della Volontà), Oppenheimer era una piccola pedina. Ma siccome non sono un marxista, riconosco che la velocità con cui gli Stati Uniti misero assieme le prime bombe derivò anche in parte dalla qualità degli uomini, ma allora le persone chiave erano altre: Leo Szilard, Enrico Fermi (oh, yes), Robert Serber, Richard Tolman (l'ideatore del principio dell'implosione per innescare la fissione) e il generale Leslie Groves, il Project Manager di Mahnattan Discrict.