Interesse pubblico tra lobby e pirati

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La legge va rispettata. Ma la legge può essere discussa, interpretata e modificata. 

Non occorre entrare nel tema prettamente giuridico del commento alla sentenza contro i quattro di Pirate Bay. Si può vedere in proposito il Sole 24 Ore, Zambardino e la gran quantità di commenti autorevoli e appassionati che sono stati pubblicati in rete.

Ma mi pare utile sottolineare che:
1. Il copyright è un diritto che tutela prima di tutto gli autori. Viene dato in licenza in modo deciso dagli autori: o affidandolo a editori o al pubblico anche nella forma dei creative commons. Serve a ripagare gli autori del loro lavoro. E gli autori lo possono monetizzare o donare al resto del mondo.
2. Il sapere che non è soggetto a diritto d'autore è nel pubblico dominio. Nell'epoca della conoscenza il pubblico dominio e i creative commons sono la grande ricchezza dell'ambiente culturale dal quale le persone traggono alimento decisivo. Il valore in quest'epoca è concentrato nelle idee, nelle informazioni, nel senso condiviso. Un ambiente culturale nel quale si può accedere liberamente a una conoscenza ricca e utilizzabile è un ambiente nel quale per persone possono creare il valore che conta.
3. Le lobby delle major tentano da molto tempo di allargare il perimetro del copyright, allungandone per esempio la durata, a scapito del pubblico dominio. E' una reazione alle perdite che subiscono per la pirateria ma è anche una strategia volta a rispondere alle insaziabili esigenze della logica finanziaria.
4. Internet ha moltiplicato le opportunità culturali delle persone e migliorato la ricchezza dell'ambiente dal punto di vista dell'accessibilità della conoscenza. Ha anche reso più facile infrangere il diritto d'autore. Le lobby delle major tentano di rispondere al loro specifico problema cercando di modificare l'essenza stessa di internet. Quando chiedono ai governi di estendere la responsabilità della salvaguardia del diritto d'autore ai provider di accesso a internet e dei produttori di software per la condivisione dei contenuti in rete, di fatto tentano di reprimere uno specifico abuso bloccando tutta la rete: quello che chiedono, metterebbe in discussione la neutralità della rete e la capacità di innovazione, minando alla radice la bellezza, l'efficienza e la qualità di internet. E distruggendo valore per l'intera società.
5. I governi devono modernizzare le regole trovando un giusto equilibrio tra gli interessi specifici delle major, i sacrosanti diritti degli autori e il valore sociale, culturale e strategico del pubblico dominio e dei creative commons. Si tratta di salvaguardare un intero ecosistema e non soltanto l'interesse di una sua parte.

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Luca, come sempre quando parli di queste cose la tua posizione è giusta ed equilibrata ed... irrealistica. Chi vuole scaricare gratis se ne sbatte del pubblico dominio e dei creative commons, o meglio gli frega solo perchè gli consentono di scaricare gratis. That's it. Sono contrari al copyright perchè per loro vuol dire dovere pagare per una cosa che tecnologicamente oramai potrebbe essere copiabile gratis. Tipo quelli che vanno a donne di facili costumi e poi raccontano che loro sono per l'amore libero per evitare di pagare... Il ritrattino che Antonio Dini ne ha fatto oggi sul Sole 24 Ore Cartaceo (tutte maiuscole) mi sembra ben centrato. Un po' troppo moralista, forse, ma centrato. Con questi interlocutori, dove vai ? Per non parlare di quelli che li usano per creare a basso costo prodotti che poi però fanno pagare e proteggono con le unghie e con i denti (con le Guardie Rosse). Anche perchè continuiamo a concentrarci sui contenuti musicali e video, ma l'attacco al copyright si estende a brevetti, alla proprietà intellettuale del software, ai progetti: tutte cose che costano crearle e che chi le prende gratis non fa che sfruttare il lavoro degli altri senza pagare (che poi è un po' il vizio dello "user generated content..."). Non per nulla pure il software Open Source sta soffrendo da questo attacco, non so se hai notato. Ma quello sarebbe un altro discorso ancora e riguarda il perchè (che nessuno ha mai veramente spiegato) nel mondo del software non dovrebbe essere "morale" farsi pagare per il codice. Perchè tecnologicamente è facile copiare ? Mi sembra una motivazione debole.

Le formule di vendita per scaricare legalmente non dipedono dalla domanda, ma dall'offerta, ad ogni modo c'è chi ci ha creato un modello di business, Apple e chi si ostina a far scaricare gratis solo per lamentare danni, il chè sembra rendere su altri versanti, perché dubito dell'immobilismo di colossi sanguinati come MGM & Co. Il diritto d'autore va salvaguardato con costi e benefici che vanno attualizzati e non su cardini della tutela ancorati a tre secoli fa, quando il pubblico non esisteva e la "copia privata" tutelava da un concorrente editore, opera d'ingegno come musica cinema non erano neanche mondi possibili. Ci sono modelli di business nati con altre forme di tutela più flessibili (ma questa è concorrenza però) che monetizzano soldoni e senza scomodare il MIT che ha preso più volte voce i campo, una copia pirata può esser una copia venduta. L'innovazione crea problemini che non possono esser risolti demonizzando i pirati, le questiosi che vanno in ballo comprendono altri ambiti dell'economia delle reti. Se dopo 10 giorni un software (innovazione) abilita o distrugge, un modello di business a valle, tipo la musica, ma trasveralmente (esternalità positive a monte) ne abilita mille, che proteggiamo la valle dell'eden? Quando è nata la televisione commerciale in Italia era fuori legge, ma la tecnologia rendeva obsoleta una privativa sull'attenzione. La legge a torto o ragione ha ratificato la realtà cambiata. E' un paragone mal posto? La realtà è che è impraticabile perseguire le illegalità per eccessivi costi e danni collaterali quindi l'onere si riversa dai possessori di diritti, ormai affievoliti.

Rispetto alla proprietà intellettuale nei network, che esulano da effetti di ricaduta a valle delle filiere, importanti ma secondari nella valutazione delle esternalità, uno studio eloquente delle problematiche può esser consultato qui:

http://faculty.haas.berkeley.edu/shapiro/standards.pdf

Mah, non sono così convinto che la distruzione di ambiti economici/filiere, porti sempre alla creazione di ambiti economici/filiere con lo stesso o superiore valore aggiunto da altre parti nel sistema. Faccio un esempio, senza protezione della proprietà intellettuale, vince chi ha il costo di produzione e del lavoro più basso (nel 95 per cento dei casi, coincidono). Dal downloading gratuito di MP3 chi ha vinto sono state le società di telecomunicazioni in banda larga (basta guardare le statistiche di utilizzo), peccato che essendo un business di commodity, i margini sono ridotti al minimo, per cui i telecom si sono buttati a far soldi in un altro modo (canoni, lock-in degli utenti, uso disinvolto dei datrabase). Insomma, si può anche dire che laumento del canone Telecom dipende dallo scarico di MP3....

credo che i modelli di business (come divceva Emanuele) cambiano in base alle nuove tendenze della società e alla nuove tecnologie... iTune è l'esempio vincente di come prodotti "protetti" possono essere adattati ad un business che si sposa con la rete.

L'esempio che riporti sul beneficio delle telecom è vero ma rappresenta solo un tassello del mosaico, le esternalità indirette +traffico = +adesioni, non a caso si guardano bene dal diventare poliziotti. Ma quelli sono vantaggi indiretti market driven, che evidenziano un punto di forza correlato tra content provider e network provider. Siccome le ambizioni delle telecom di integrare a monte come neoeditori sono sfumante e tutte fallite (si parlava di convergenza tecnologica, Telefonica ne sa qualcosa, vista la fine che ha fatto Endemol), questo aspetto rimarca solo che è una guerra persa e non che ci siano dei provvedimenti adottabili. Oltre ai costi che ciò comporterebbe. I costi poi non sono solo impraticabili per chi non ne ha interesse ma a ben vedere, che fine ha fatto il Digital Right Management? Tecnologicamnete parlando basterebbe meterlo in sorgente, nelle registrazione è il filesharing sarebbe quasi azzerato. Perché non viene fatto? Un problema sono i costi, un'altro e l'interoperatività, ovvero se non gira su più device ciao profitti e ciao ciao musica. Il più rilevante attiene agli interssi in gioco, cos'è la musica senza la pluralità di device per riceverla? E' una commodoty anche per loro. Non a caso devo aver la possibilità di ascoltarcela, sia che l'abbia scaricata da iTunes che da zone franche. Il discorso economico di filiera nel digitale, schiaccia la parte dei contenuti tra il tost degli interessi dell'ICT, questo non significa sia il maggior male. Il valore dei brani illegalmente scaricati è esiguo rispetto alle tecnologie collegate per farlo. Queste innovazioni hanno sfruttato anche l'effetto traino della domanda illegale per fare massa critica però poi te le sei ritrovate in widget dei più disparati che non paghi. O no? La musica è stata scelta come oggetto sacrificale, ma non è morta, non è mai stata così diffusa. Gli interessi per capitalizzarla in profitto stanno complicandosi ma quello è un problema di modello di business o meglio di Overbooking, perchè la logica è quella delle economie delle reti. E' più dura di prima? Bella scoperta! Quancuno lo sa fare altri lamentano diritti e doveri non solo inapplicabilli ma in completo contrasto d'interesse tra rapporti di forza e tendenza tecnologiche. La contonata che unisce brevettazione a bassi costi spiega solo che la competizione si gioca sull'arma strategica della proprietà intellettuale. Attenzione però che non saprai mai se avresti potuto pagare lo stesso prodotto, forse migliore a minor prezzo. Quindi strategia sì ma vent'anni di tutela per una molecola che l'anno dopo è superata e impedisce un trial su nuovi farmaci èil rovescio della medaglia. La proprietà intellettuale non è un argomento che può esser difendibile a priori, ma solo sui generis e facendo molta attenzione a monte, dove si definiscono per il settore ICT gli standard. Altrimenti tutto scorre liscio ma poi l'economia è decisa nei tribunali piuttosto che sul mercato. E finché sarà decisa da quelle parti c'è troppa politica. Comprenderei il tuo discorso se eravano in USA, almeno era interessato di buon grado anche perchè da quelle parti hanno l'obbligo di trasparenza (pubblcità), tutti sono incentivati così ad ampliare il progetto.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...