E lo abbiamo fatto studiare tanto...

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Antonio Damasio, direttore del Brain and Creativity Institute alla University of Southern California, ha pubblicato uno studio che si è fatto notare.

Il suo gruppo di neuroscienziati sostiene - in un paper firmato da Mary Helen Immordino-Yang e altri - che Twitter può generare una forma patologica di amoralità. Perché gli esseri umani hanno bisogno di tempo per prendere decisioni moralmente consapevoli e la velocità delle relazioni che si intrattengono su Twitter non riserva alle persone quel tempo.

Gli esperimenti del gruppo hanno dimostrato che le persone rispondono correttamente a stimoli che richiedono un po' di senso morale in 6-8 secondi. Ma su Twitter, sul nuovo FriendFeed, persino in tv, quel tempo è troppo. (via Sarah Perez).

Può sembrare antiscientifico, ma leggendo questo resoconto non si può fare a meno di ridere. In effetti, viene in mente che l'umanità non ha atteso l'avvento di Twitter per dimostrarsi capace di gesti immorali.

ps: Un aggiornamento doveroso dopo il post da leggere assolutamente di Federico Bo. Damasio non è stato certamente tanto naif quanto appariva dal pezzo di Sarah Perez.

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La cosa interessante e' che un altro pezzo da novanta come Manuel Castells gli da' man forte.


Il fatto che Damasio sia un luminare (http://college.usc.edu/faculty/faculty1008328.html) nel campo delle neuroscienze, al di là di quello che dica, o forse ancor di più per questo, è interessante se correlato al post precedente sulle neuroscienze stesse...

Il curioso delle vicenda è che la ripresa di quell'estratto, già di per sè discutibile, abbia aperto a prese di posizione totalmente fuori dall'oggetto di ricerca sull'etica, legittimando moniti morali sull'information overload.
Questa è la conclusione che ne astrae il corriere on line: "Il costo emotivo della tempesta di informazioni che subiamo, specie in un cervello ancora in formazione, è troppo alto nellera dei social network". Si può anche capire l'attitudine pedagogica in buona fede ma viene veramente da sorridere. Rispetto alla valenza epistemologica della ricerca, almeno per come viene impostata, sembra fatta apposta per far crollare il mito di Damasio.

La ricerca, per quanto appare nella fonte originale , non accenna a Twitter, social media od altri sistemi di comunicazione del Web.

L'unico accenno è nel titolo; Manuel Castells, commentando i risultati della ricerca, dice: "he was less concerned about online social spaces, some of which can provide opportunities for reflection, than about "fast-moving television or virtual games.".

Mi sembra che il tutto nasca da una arbitraria associazione tra la ricerca ed i sistemi di microblogging fatta alla fonte, ripresa, amplificata e diffusa dalle fonti secondarie.

Stupefacente come, ogni volta che avviene una critica alla cultura digitale, anche se supportata da studi scientifici, si levino voci contrarie e si ridicolizzano gli autori. Mi auguro che la cultura digitale non diventi una nuova chiesa dove qualsiasi critica viene seppellita senza approfondimenti. Sono d'accordo con il fatto che i media traditionali per troppo tempo hanno condannato la rete in modo ingiusto ed irrazionale. Questo ha forse provocato una ipersensibilità alle critiche e forse una reattività tipica di chi è fortemente identificato in qualcosa e quindi la difende a tutti i costi. L'uso delle tecnologie digitali ha i suoi lati problematici sulla psiche e sulla socialità, ha i suoi lati negativi come ogni cosa umana, attenzione a non cacciarli nell'inconscio. Mi auguro che si apra una franca e aperta riflessione su questi temi... non limitata a 140 caratteri...

Ivo coglie nel giusto. E poi, dire che (per ipotesi, perchè la ricerca in questione non ne parla) i social network per la rapidità di reazione che impongano abbassano la qualità delle scelte etiche non equivale a dire che siano la causa di tutti i mali. Vuol solo dire che sono un'ulteriore incentivo a prendere decisioni eticamente negative. Bisognerebbe tenere i concetti e le idee chiare e distte, altrimenti si fa solo un gran pastone dove chi ha il bastone mediatico più grosso vince. Tutto questo mi ricorda le polemiche sulla non-scientificità delle ricerche sui danni della marijuana: un mucchio di parole a vanvera per non dire che si voleva continare a farsi le canne senza la paura di finire alla neurodeliri.

Credo che come in tutte le cose ci voglia il giusto equilibrio.
Credo che non si debba necessariamente demonizzare la rete e nemmeno chi lo fa.
La rete e, nello specifico i social, danno opportunità davvero grandi; si ha la possibilità di avere notizie praticamente in tempo reale, quindi essere costantemente aggiornati(e non ho ancora capito in questo il male dove sta), e in più, sia di riprendere contatti con persone che hanno fatto parte della nostra vita, quindi parte della nostra storia personale, sia con persone che possano essere utili al nosro lavoro, perchè hanno conoscenze superiori alle nostre o anche solo perchè ci danno la possibilità di confrontarci, possibilità che altrimenti sarebbe impossibile avere.
Ovvio che non si può assolutamente credere ciecamente a tutto quello che dalla rete arriva, ma la stessa cosa vale per la televisione, i giornali, radio e via dicendo...è necessario che ognuno sviluppi il proprio senso critico in base alle conoscenze alla cultura e agli insegnamenti che gli sono stati impartiti da sempre.

Pssst, Laura :"La rete e, nello specifico i social, danno opportunità davvero grandi; si ha la possibilità di avere notizie praticamente in tempo reale, quindi essere costantemente aggiornati(e non ho ancora capito in questo il male dove sta),", da nessuna parte, ma nche il "bene" dove sta ? Se consideri un valore essere sempre sincrono, ti posso capire. Ma se invece voglio essere asincrono ? E' vietato ? Tune-off.

p.s. io che con la rete ci lavoro, sono veramente danneggiata da queto tipo di articoli, perchè vanno ad alimentare malfidenze esistenti e radicate, togliendoci la possibilità di fornire un servizio utile a persone che magari ne hanno davvero bisogno.

E' puramente una scelta tua...se vuoi essere asincrono, chiudi il computer e spegni i telefono.
Chi te lo vieta?
Credo assolutamente si che essere aggiornati e informati sia un valore aggiunto professionalmente e personalmete. E ribadisco che non capisco il male dove sta. Vado alla ricerca delle cose che mi interessa sapere, poi se nel frattempo mi imbatto anche in qualcosa che non mi appartiene non necessariamente lo prendo in considerazione o altrimenti lo lascio li in memoria, sia mai che un giorno mi possa tornare utile.

Quando pubblicavo i primi libri su Internet nel 1994 per i media la rete era solo un covo di pazzi, pedofili, truffatori e bugiardi che giocavano con le identità. C'era una parte di vero in questo ma io vedevo soprattutto un mondo di informazioni aperte, di democratizzazione della produzione e della condivisione delle conoscenze, di superamente dei poteri forti. La rete era tutto questo e di più. Dopo 15 anni non abbiamo né più democrazia né più saggezza a livello di singole persone, né tantomeno i poteri forti si sono indeboliti. Anzi.

Tuttavia, il "problema" della rete non sono tanto i contenuti, ma la modalità di fruizione, che di per sé, privilegiando il nuovo e l'ultimo a scapito della storia e della visione ampia, il breve a scapito del profondo e il mentale a scapito dell'essere globale, ci porta a limitare le nostre qualità umane in un piccolo sottoinsieme di queste.

Sincrono/asincrono... l'enfasi sull'immediatezza fa sì che o si sta al gioco della velocità oppure si è fuori dal gioco. Luca, che ci ospita nel suo blog, scrive 2 o 3 post al giorno. Bene. Ora ipotizziamo che io stia fuori dalla rete per pochi giorni (non mesi!) e che poi leggo un post interessante da commentare, scritto magari solo 3 giorni prima. Quali probabilità ho che il mio commento venga letto, che continui un dibattito o che provochi dei feedback? Quasi zero. Sono fuori tempo massimo, il dibattito si è spostato da tempo su altri temi. Roba vecchia, arrivo tardi. Questo è solo uno dei possibili esempi di come la rete di fatto spinga fortemente verso un certo modo di fruizione che può determinare l'intero stile di vita. il proprio tempo e la direzione della nostra attenzione.

Sottoscrivo assolutamente quel che dice Ivo.
Ormai dovremmo avere tutti un minimo di esperienza su come funziona la Rete: è giovane ma non più neonata e non ha senso ripetere gli slogan dei primi anni 90 e reagire come bravi militanti o fedeli a qualsiasi critica senza fare distinzioni fra serie e meno (e Damasio è uno psicologo e filosofo di un certo peso).
Invece la risposta media è quella dell'anticomunista di una volta 'se non ti piace qui vattene in Russia'...
Visto che TUTTO ciò che succede in Rete va difeso sempre e comunque si finisce per non capirne nulla: non sono solo i soliti politici cattivi a non capire nulla della Rete ma anche i suoi fieri difensori...

Per quanto mi riguarda non ho difeso la rete e non ho impostato cornici idelogiche ma commentato una interpretazione, a mio parere molto preconcetta edita dal corriere on line.
Credo che l'argomento era la divulgazione scientifica, piuttosto che la richerca in sé. Asserire che una ricerca sia discutibile poi non significa né volerla confutare né biasimarla.
Poi volendo andare in merito, nessuno dei ricercatori, per onor di lealtà ha voluto anadare oltre l'ipotesi esplorativa (campione di 13 persone senza gruppo di controllo e alcuna reiterazione), quindi un pò di scetticismo dovrebbe esser più accettabile, almeno secondo i criteri di logica scientifica, rispetto alla ratificazione acritica. Popper non me ne vorrà. E' inopinabile che la velocità sia un must ma in questo non vedo accezioni negative. Il trade off tra velocità e approfondimento non è sconatato affatto ma solo frutto di un'inclusione concettuale impropria, o meglio di una generalizzazione di un solo modo d'utilizzo, quello dello svago. Se vogliamo ricomprenderci le attività di ricerca a scopo professionale e il ritmo assennato di novità di linguaggi e tecniche, questo non svilisce affatto le nostre capacità o potenzialità, tutto al più le mette sotto stress, altro fattore non negativo a priori. Per concludere dipende dall'uso che se ne fa e un pò dalle tecnologie, le affordances Gibson docet non guastano. E se dipendesse più dalle tecnologie, come quelle sincrone incentivano l'immediato, questo non implica che le si usino per attività riflessive.

ciao Emanuele, non mi rivolgevo in particolare a te, ma in generale al mondo dei blog. E anche a questo post. Concordo con te sullo scetticismo rispetto a questo studio, che come molti fa leva sul sensazionalismo. Ma, così come dobbiamo riflettere su tali studi e non prenderli per scontati, dovremmo non prendere per scontato anche una serie di presupposti invisibili che stanno alla base della società dell'informazione, che non vengono mai messi in discussione in quanto inconsci.

Uno dei tanti esempi, lo sviluppo incessante in termini di potenza di calcolo, di velocità di elaborazione e di ampiezza di banda è "religiosamente" accettato come cosa buona e giusta, ma perché mai lo sarebbe non è ben chiaro, a parte gli interessi delle aziende che vendono i prodotti. E' un presupposto di base, un assioma, come lo è quello della produzione continua di beni e dell'aumento del PIL. Entrambi si suppone portino sviluppo, progresso, felicità.

ciao Emanuele, non mi rivolgevo in particolare a te, ma in generale al mondo dei blog. E anche a questo post. Concordo con te sullo scetticismo rispetto a questo studio, che come molti fa leva sul sensazionalismo. Ma, così come dobbiamo riflettere su tali studi e non prenderli per scontati, dovremmo non prendere per scontato anche una serie di presupposti invisibili che stanno alla base della società dell'informazione, che non vengono mai messi in discussione in quanto inconsci.

Uno dei tanti esempi, lo sviluppo incessante in termini di potenza di calcolo, di velocità di elaborazione e di ampiezza di banda è "religiosamente" accettato come cosa buona e giusta, ma perché mai lo sarebbe non è ben chiaro, a parte gli interessi delle aziende che vendono i prodotti. E' un presupposto di base, un assioma, come lo è quello della produzione continua di beni e dell'aumento del PIL. Entrambi si suppone portino sviluppo, progresso, felicità.

Salve Ivo, avevo risposto con la coda di paglia per presentificare fantasmi nella veste di luoghi comuni anch'io, si comprendeva dove andava a parare il tuo discorso e non fa una piega, anche se dal versante opposto. Certi imperativi presupposti diventano santuari, una volta c'erano apocalittici e integrati, oggi ci sono efficientisti pragmatici, che inneggiano anche l'impulso e la velocità e i iperiflessivi delle esternalità negative. Ovviamente sono due luoghi comuni che passano per paradigmi semplificanti e fittizi entrambi, ma mentre il primo vive cn l'entusiamo tecnologico il secondo lo vorrebbe demolire. Mi viene in mente la filiera corta dei farmer market, ma anche le pantomimiche rivisitazioni medioevali e il velo di localismo tribale che vi è nel sottofondo. Ora per esempio che sono tornati in auge in fondamentali dell'economia, fatta pulizia degli eccessi di leva finanziaria, non si capisce effettivamente quali siano. Il Pil è talmennte sintetico come indicatore che non può esser portato a dimostrazione di alcunchè, d'accordo, mano che mai di benessere economico. La stakeholder theory postula altri indicatori, il primo potrebbe esser la trasparenza, siamo in un altro sacrario etico, impraticabile per la complessità dei media e altri standard di notiaziabilità. Un'ottima vocazione dovrebbe esser quella di rompere clichè e assunti fallaci, spesso trappole congnitive. Un'altra prospettiva sarebbe l'educazione all'autonomia. Tutti valori insomma, mai l'etica è stata così dibattuta. Per uscire dal labirinto, la mia opinione è che responsabilità a capo dei media diffusivi nell'accreditare assunti fallaci è più rilevante delle contonate tecnofile sui nuovi media. Una bolla speculativa sull'attenzione delle persone è il maggior capo d'imputazione, al lordo di ogni speculazione francofortista.

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

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