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Martedì, 6 gennaio 2009
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Informazione indipendente
Lo spunto di Mantellini, molto discusso in rete, è aperto a mille interpretazioni. Tra le molte domande che suscita ce n'è una che si incrocia con un libro che ho per le mani. E' Lo specchio infranto, un libro di Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini - arricchito da alcuni dvd prodotti dallo stesso Muzi Falconi con Fabio Ventoruzzo - (Luca Sossella Editore) che riporta i risultati di un'indagine su «come i relatori pubblici e i giornalisti italianni percepiscono la propria professione e quella dell'altro».
Tra le pieghe del libro c'è una questione di fondo: chi manipola chi?
Si nota una pratica di collaborazione nel lavoro quotidiano tra i giornalisti e le persone che lavorano nelle pubbliche relazioni: «I primi trovano nei relatori pubblici una fonte di documentazione, posizionamento, ma anche canali per colloqui, interviste, dichiarazioni, commenti dei leader delle organizzazioni; i secondi hanno bisogno dell'attenzione e collaborazione dei giornalisti per far conoscere ai pubblici le politiche, le scelte, i programmi, i prodotti-servizi, le decisioni e i comportamenti delle organizzazioni e le istituzioni per le quali lavorano». Ma dietro questa pratica di collaborazione c'è una sorta di concorrenza. «In alcuni casi si potrebbe parlare anche di relazioni conflittuali, frequenti soprattutto quando relatori pubblici, pur continuando a perseguire gli interessi rappresentati, svolgono attività prettamente giornalistiche o, e capita assai di frequente, viceversa».
Assai di frequente... Capita che i giornalisti facciano pubbliche relazioni... Triste risultato dell'indagine.
Peggiorato da una sfiducia di fondo. «Per esempio, rispetto all'affermazione riguardante la pratica di manipolare l'informazione, i giornalisti ritengono che i relatori pubblici la esercitino di più, mentre i relatori pubblici pensano che siano invece i giornalisti a farlo con maggiore frequenza. Emerge, dunque, una netta consapevolezza diffusa che la pratica sia comunque estesa da entrambe le parti».
Il punto da chiarire è che, per dirla come di è detta su Problemi dell'Informazione, il lavoro dei giornalisti è informare e questo significa servire il pubblico; mentre il lavoro delle pubbliche relazioni è comunicare i messaggi dei loro clienti. Fisiologicamente, i due compiti si incontrano in una pratica di collaborazione solo se entrambe le professioni sono consapevoli che alla fine l'importante è informare il pubblico; patologicamente, i due compiti si incontrano in una pratica di collaborazione se entrambe le professioni pensano che alla fine l'importante è accontentare i potenti che vogliono lanciare i loro messaggi.
L'unica strada per sanare questa situazione, finora, è stata la valorizzazione del pubblico attivo che, con i blog o anche con i network sociali, legge criticamente le notizie, riporta le proprie, interpreta e condivide idee e passioni, mettendo i media tradizionali e i sistemi di pubbliche relazioni di fronte a un costante rischio di essere sbugiardati.
Il pubblico attivo può cambiare gli equilibri dell'informazione e della comunicazione, favorendo la prima, al servizio della cittadinanza. Ma deve saperlo. Continuare a dirselo. E coltivare una pratica paziente di lavoro volontaristico, al servizio di se stesso e del resto della cittadinanza. Non è facile. I risultati non sono mancati finora. Casomai è stato difficile influire sull'agenda della discussione. Ma già mettere sotto critica costante i mezzi di informazione fa bene a tutti. Questo punto va tenuto fermo e valorizzato. Applaudendo a ogni contributo in questa direzione venga dal pubblico attivo. Come nel caso, appunto, di questo post di Mantellini.
10:45:00 AM
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L'icona è un uomo
C'è qualcosa di perverso nella questione delle voci sulla salute di Steve Jobs. Da una parte, il cinismo del mondo della finanza, con un ragionamento del tipo: se è vero che la Apple dipende moltissimo da Jobs, allora è vero che il valore delle azioni Apple dipende dalla salute di Jobs. Dall'altra parte, il romanticismo tragico dei fan della Mela che in Jobs vedono un'icona dell'intelligenza tecnologica nella sua forma migliore. E in qualche modo assurdo vedono nella vociferata malattia mortale di Jobs il percorso doloroso ma epico che porterebbe la figura di Jobs alla perfezione della sua iconicità. E' qualcosa che ha a che fare con una sorta di desiderio recondito di vedere il monumento dell'immaginario informatico diventare monumento reale.
Ma Steve Jobs è un uomo. La sua lettera è la lettera di un uomo. Forse, il segreto della sua fantastica storia di innovatore è semplicemente questo: è un uomo. Il messaggio per i suoi ammiratori è altrettanto semplice: siate persone intere. Non solo tecnici, non solo hacker, non solo designer, non solo utenti divertiti della tecnologia, non solo ammiratori dello sfidante che vince sui muscoli degli avversari con il gusto e l'intelligenza. Persone. Che sognano, che soffrono, che progettano progetti folli, che restano sempre un po' bambini, che cercano la saggezza, che realizzano quello che sono. Persone.
E le persone prima o poi muoiono. Ma l'importante è che abbiano vissuto.
10:14:47 AM
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